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Recensione dell'Edipo re

Sat Mar 4, 2006, 3:33 AM
Adattamento teatrale curato dalla compagnia Nuovo Palcoscenico
Giovedì 2 marzo 2006, ore 21, Salonte Tartara (Casale Monferrato)


Fatta piazza pulita dagli psicologismi, dagli enigmi di una zoomorfa Turandot, dal patetismo lacrimevole della separazione tra il padre punitore di se stesso dalle figlie della colpa, dalle tuniche classico-generiche, dal coro in gramaglie, dal messaggero sostituto narrante di immagini cruente, dalla catarsi che da tanti orrori scaturisce... cosa resta di Edipo? Il mito, perenne, immutabile, nella statuaria esemplarità che solo la storia e il destino di un uomo raccontati ad altri uomini può assumere.

Questa la nota d'avvio al riadattamento dell'Edipo re di Sofocle compiuto dalla compagnia Nuovo Palcoscenico, ricavata dall'introduzione di Chiara Angelini.
In effetti, in questa Tebe moderna, chiusa, dall'esterno e per l'esterno, da una veneziana grigia su cui vengono proiettate a suon di rock immagini di volti e palazzi, Dio è assente. Apollo parla per bocca dei suoi indovini e, insoddisfatto, lancia sugli abitanti i dardi di una nuova pestilenza; ma ha la consistenza di un fantasma, di una debole credulità. Chi campeggia - solo nella pluralità di voci e atteggiamenti - è l'uomo: l'uomo-Edipo, a petto nudo contro gli eventi; l'uomo-Creonte, che entra in scena su uno scooter; lo scanzonato uomo-Tiresia, che pronuncia le sue profezie sulle note di Satisfaction.
Proprio nel confronto fra il re di Tebe e il cieco indovino abbiamo la misura di questa solitudine, del gioco obbligato che - oggi più che mai - ci troviamo a interpretare.

TIRESIA - E dal momento che mi hai rinfacciato anche la mia cecità, allora io ti dico: sì, tu hai gli occhi, ma non riesci a vedere in quale miseria sei caduto, né dove abiti, né con chi vivi. E sai forse da chi sei nato? Neppure immagini che sei in odio ai tuoi, fra i morti e sulla terra. Lo staffile doppio della maledizione, e di padre e di madre, ti caccerà da questa terra con piede inesorabile. Adesso guardi diritto, ma presto non vedrai che tenebra. [...] E allora infanga pure Creonte, infanga questa mia bocca: nessun mortale sarà stritolato più miseramente di te.

Gli uomini parlano, s'infervorano, si accusano. Il coro amplifica il grido di paura che sale dalla città attraverso i cellulari e gli sms. Che gran putiferio, con Edipo che si affanna a cercare il colpevole dell'assassino di Laio e sempre più sprofonda nella tenebra. Neppure dopo la profezia di Tiresia riuscirà a sollevare il velo che cela il mistero delle sue origini. Solo l'ultima stralunata testimonianza resa dal vecchio servo gli farà comprendere d'essersi macchiato al tempo stesso di patricidio e d'incesto.
In tutto questo Dio c'entra poco. Non si sa chi tenga il bandolo della rete. Perfino la morte di Giocasta viene amplificata e confusa dalla proiezione (sempre sulla solita finestra chiusa) di un servizio del telegiornale [girato alla Unicem di Casale Monferrato]: le parole del tragico greco non stonano neppure in bocca a un cronista del ventunesimo secolo.

[Primo piano del nunzio-giornalista]

Un brevissimo messaggio: Giocasta, la nostra regina, è morta. Si è uccisa.

[Immagini di quello che dovrebbe essere il palazzo reale dall'esterno: una grande costruzione in vetro e cemento.]

Quando, presa dalla disperazione, ebbe varcato il vestibolo,

[zoomata sull'ingresso del palazzo]

si precipitò immediatamente verso il letto nuziale, strappandosi i capelli con entrambe le mani. Entrata nella stanza e chiusa la porta, invocava Laio, benché morto da tanti anni, e rievocava l'antica semente da cui lui sarebbe stato ucciso, lasciando lei a partorire al figlio una prole immonda; e imprecava sul talamo su cui, misera, aveva generato un marito da un marito e figli da figli.

L'unica limpidezza appare sul finale, quando la figura di Edipo - sostenuta, ironia della sorte, da quel servo che ne aveva decretato la rovina - si allontana seguita dalle parole di Creonte: «Prima di giudicare la vita di un uomo, aspettate la sua morte». Gran bel consiglio. Modesto, ma utile. L'uomo, del resto, non può aspirare ad altro.

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...ma quant'è brava questa scrittrice *_*

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m'hai fatto venire voglia di vederlo <.> miaooooooo
blava ^^

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Eheh, purtroppo è una compagnia locale, qui della mia città. Sono bravissimi, ma purtroppo poco conosciuti.

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